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lunedì 21 marzo 2016

La strafottenza del potere

A proposito di strafottenza del potere e di soppressione di ULSS e di comuni, mi sovviene una favola di Fedro che parmi essere più che appropriata.

Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, si ritrovarono a bere nello stesso ruscello.
Il lupo era più a monte, mentre l'agnello beveva a una certa distanza, verso valle. 
La fame però spinse il lupo ad attaccar briga e allora disse: "Perché osi intorbidarmi l'acqua?"
L'agnello tremando rispose: "Come posso fare questo se l'acqua scorre da te a me?"
"E' vero, ma tu sei mesi fa mi hai insultato con brutte parole".
"Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato".
"Allora" riprese il lupo "fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie". 

Quindi saltò addosso all'agnello e se lo mangiò.
 

Questo racconto è rivolto a tutti coloro che opprimono i giusti nascondendosi dietro falsi pretesti.

Troppi i comuni italiani?

Eliminazione dei piccoli comuni.

Dal PD parte una bordata -l'ennesima- contro i comuni: una proposta di legge a firma di Lodolini che prevede di eliminare dall'alto, in modo forzato, i comuni più piccoli. 
La scusa è quella di sempre, quella che si usa per motivare qualsiasi azione deleteria e antidemocratica che si voglia attuare: la scusa è Monsignor Risparmio. Potevano dire "E' l'Europa che ce lo chiede", ma tant'è...

A poco serve dimostrare razionalmente, coi numeri, che il risparmio in realtà non esiste, e che se c'è, c'è perchè sono stati eliminati dei servizi essenziali per la popolazione. A poco valgono il buon senso e la ragione umana. Come nella favola del lupo e dell'agnello di Fedro il forte prevale sul debole senza neanche avere l'onere, alla fin fine, di dover fornire una plausibile ragione.

In ogni caso ci chiediamo per pura onestà intellettuale: sono davvero troppi i comuni in Italia? Sono davvero da sfoltire? 

Diamo allora una piccola occhiatina all'estero.

In Italia i comuni sono circa 8.000 e cioè uno ogni 7.585 abitanti
In Germania i gemeinden sono 11.334 ossia sono uno ogni 7.213 abitanti.
Nel Regno Unito gli wards sono 9.434 vale a dire uno ogni 6.618 abitanti.
In Francia i communes sono 36.680: uno ogni 1.774 abitanti.
In Spagna ci sono 8.116 municipios: uno ogni 5.687 abitanti.
La media in UE è di un ente comunale ogni 4.132 abitanti.



Possiamo dunque visualizzare in questo grafico il rapporto che c'è tra i comuni e gli abitanti nei citati paesi europei. 
E come si vede l'Italia è il paese, fra quelli considerati, con il minor numero di comuni per abitante.



Dimostrato che in Italia non ci sono troppi comuni, non almeno rispetto all'Unione Europea, la vera questione rimane solo quella del rapporto economico fra le risorse pubbliche disponibili e i servizi da rendere alla cittadinanza. 

E' chiaro e scontato che sia la democrazia sia i servizi alla popolazione sono onerosi, ma alzi la mano chi pensa che si debba risparmiare o sulla democrazia o sui servizi essenziali, sapendo che è appunto per governare in modo democratico e per rendere servizi alla popolazione, che esiste la Repubblica. Chi volesse, infatti, risparmiare su queste cose dovrebbe avere il coraggio di proporre una monarchia assoluta alla Roi Soleil, con zero democrazia e zero servizi: il risparmio sarebbe assicurato.

Stabilito che il risparmio per il risparmio non è una cosa che stia in piedi in uno stato democratico, è bene capire che il vero risparmio è ottenibile non tanto distruggendo i comuni, ma maggiorando semmai la scala di gestione dei servizi erogati. E neanche questo è sempre vero.
In ogni caso è sui servizi e non sugli enti che si può ottenere un certo risparmio, e lavorando non per distruggere ma per dare ordine e razionalità 
Sarebbe, infatti, una calamità spaventosa la demolizione di migliaia di piccoli comuni, poichè tale demolizione comporterebbe una perdita irrimediabile di identità comunitaria e di autentica democrazia, e soprattutto della ricchezza civica costituita dall'impegno di decine di migliaia di amministratori pubblici, sostanzialmente volontari, il cui costo complessivo annuale è pari a quello di appena una trentina di deputati parlamentari. E il tutto a fronte di risparmi reali davvero irrisori.
 
La soluzione, dettata dal buon senso, è quella della gestione associata dei servizi. Il d.l. 78/2010 già obbliga i comuni con meno di cinquemila abitanti ad associare le funzioni e i servizi e l'associazione dei servizi è ampiamente sperimentata in enti quali le Comunità e le Unioni Montane e le unioni di comuni; l
a maggior parte dei comuni con
meno di cinquemila abitanti fa parte appunto di uno di questi enti
Il segreto sta dunque nell'incentivare con decisione l'ulteriore associazione di servizi in ambiti ottimali e attraverso delle giuste e congrue premialità.
Se dieci comuni, tanto per capirci, che hanno in tutto sette agenti di polizia locale, associandosi nella funzione ricevono due agenti in più, è chiaro che hanno un forte interesse ad associarsi. Ma se, al contrario, nell'associarsi perdono un ulteriore agente e si ritrovano con meno di quel che avevano quand'erano dissociati, è evidente che per loro la cosa è solo un imbroglio.

Gli enti di secondo grado, sovracomunali, possono essere lo strumento giusto per salvare i servizi fondamentali, le economie e soprattutto per salvaguardare le piccole comunità locali. 
Serve allora uno sguardo intelligente sulla questione, che non sia ideologico, non scalmanato e mediatico come quello che oggi è in voga nel Palazzo (vedi il PD Lodolini) e nei salotti. Serve mollare la scellerata avversione talebana per i cosiddetti campanili e "capire" prima metter mano al piccone demolitore.

Invece di distruggere i piccoli comuni è ragionevole casomai

- innalzare l'obbligo di associare la gestione delle funzioni e dei servizi fino ai comuni con 10.000 abitanti, rendendoli disponibili a collaborare con i comuni più piccoli e in difficoltà;

- premiare con risorse aggiuntive gli enti di secondo grado quali le Unioni Montane, in ragione dei servizi gestiti per i comuni associati;

- considerare tra i parametri di virtuosità l'associazione dei servizi;
- concedere un'autonomia fiduciaria concreta ai comuni che si dimostrino virtuosi;
-  applicare quale parametro di valutazione per le premialità, il metodo dei costi standard sia per contesto nazionale sia per aree omogenee.

Con questo metodo si otterrebbero dei veri risparmi, una più razionale ed efficace gestione dei servizi, servizi di qualità migliore, e, guarda caso, si manterrebbero le strutture del governo territoriale, gli enti e i luoghi della democrazia.


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In calce alla mia riflessione aggiungo un intervento di Francesco Chiucchiurlotto dedicato al medesimo argomento.




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Fino a poco tempo fa le caratterizzazioni ed i contenuti della Sinistra erano facilmente riconoscibili ed identificabili: giustizia sociale per i più deboli, diritti civili diffusi, lavoro come diritto e fondamento politico, autonomia e crescita della autonomie locali, comuni in primis.
E’ nei comuni, che nasce e cresce il cittadino; è li che esso forma il centro dei suoi interessi e sviluppa la propria famiglia come cellula dell’intera società.
Non a caso l’Italia ha, unica al mondo, due istituzioni millenarie: la chiesa cattolica apostolica romana e gli ottomila comuni.
Prudenza vorrebbe che tali istituzioni fossero trattate con il dovuto riguardo, rispetto, sensibilità; e ciò comunque la si pensi, comunque si appartenga a schieramenti politici o culturali.
Sta facendo un qualche effetto, sulla seconda delle istituzioni citate, la proposta di legge che va sotto il nome del primo firmatario, tal Lodolini, seguito da altri 19 deputati del Pd, che all’art.1 modificherebbe il testo unico sugli enti locali sancendo la lapidaria sentenza che: “Un comune non può avere una popolazione inferiore a 5000 abitanti”.
L’art. 2 prevede la fusione obbligatoria, che se non volontariamente scelta, verrà attuata dalle Regioni; l’art.3 dimezza i trasferimenti erariali alle Regioni non adempienti.
Ora con tutti guai che abbiamo, sia dentro che fuori i confini patrii, la proposta non potrebbe che suscitare sorrisi di compatimento o qualche metaforica pernacchia: ma qualche riflessione sarebbe bene farla.
Intanto capire perché proprio nel Pd, in contrasto con la propria ricordata tradizione di sinistra, si raccolga una pattuglia di deputati che mettono insieme in un sol colpo, autoritarismo statuale velleitario, spregio della Costituzione, superficialità e disinformazione, populismo di bassissimo conio.
Gli 8.003 comuni italiani non sono né tanti né troppi accanto ai 12.900 tedeschi, 36.700 francesi, 8100 spagnoli e via elencando; la particolare orografia dell’Italia ha nei secoli costruito aggregazioni ottimali con propria storia, identità, tradizioni, tipicità, eccellenze, che sono alla base delle forme più diffuse del made in Italy; seimila circa di essi sono amministrati da volontari a costi risibili o inesistenti; negli ultimi 15 anni hanno subito tagli dieci volte superiori agli altri comparti pubblici.
Non è dimostrato, anzi lo è il contrario, che la dimensione demografica costituisca risparmio o servizi efficienti; l’associazionismo delle funzioni e dei servizi è una cosa seria e da praticare, ma non con obblighi assurdi o direttive sommarie.
Il novecento ci ha fornito esempi tragici di chirurgia sociale e politica; di chirurgia istituzionale non se ne sentiva proprio il bisogno; siccome la proposta è sta presentata in pieno periodo di Carnevale, prendiamola come uno scherzo.

Francesco Chiucchiurlotto
Coordinatore Regionale
Borghi e Paesi del Lazio

  


martedì 1 marzo 2016

Buona scuola, cattivi pensieri

Un articolo importante dedicato alla Mala Scuola di Renzi e agli abusi e stanno minando la democrazia e il futuro.
  

Verso il referendum. La Buona Scuola è anche una Scuola Legittima? Mettiamo in fila i sospetti, i dubbi di legittimità che ci attraversano già a prima lettura

14 Febbraio 2016 | di Michele Ainis *


La Buona Scuola è anche una Scuola Legittima? C’è insomma un vizio di legittimità costituzionale sotto la virtù di cui s’ammanta, fin dal suo nome di battesimo, la riforma congegnata dal governo? Impossibile rispondere in modo perentorio, perché l’incostituzionalità delle leggi rimane un sospetto, fin quando la Consulta non la dichiari con una specifica sentenza. Però possiamo mettere in fila i sospetti, i dubbi di legittimità che ci attraversano già a prima lettura.
Dubbi formali, innanzitutto. Che in questo caso pesano come una trave, perché la democrazia – come ci ha insegnato Hans Kelsen – è essenzialmente una modalità procedurale. E perché la forma è garanzia di libertà, diceva Calamandrei. Ma è una forma deforme, quella con cui il legislatore italiano confeziona i suoi provvedimenti. Dal «Cresci Italia» di Monti (decreto legge n. 1 del 2012: quell’anno l’Italia continuò a decrescere) alla «Buona Scuola» di Renzi, i nostri governanti meriterebbero un’incriminazione per truffa delle etichette, reato punito dal codice penale. Anche perché non è affatto fortuita l’assonanza fra leale e legale. Non a caso il tribunale costituzionale, in oltre 500 decisioni, ha evocato il principio dell’affidamento, della reciproca fiducia cui devono improntarsi i rapporti fra le istituzioni e i cittadini.

Secondo dubbio formale: la quantità di deleghe che la legge n. 107 del 2015 elargisce nei confronti del governo. Il comma 181 ne detta i principi e i criteri direttivi, come impone l’art. 76 della Costituzione; sennonché talvolta queste linee guida appaiono sin troppo sfumate, ambigue, reticenti. È il caso, per esempio, della delega ad accorpare in un futuro testo unico le disposizioni vigenti sulla scuola, autorizzandolo però ad apportarvi «modifiche innovative» per garantirne la coerenza: una delega in bianco, né più né meno.

Terzo dubbio formale: il maxiemendamento dal quale discende, come un frutto dal seme, la riforma della scuola. Rinverdendo così una prassi deteriore che i costituzionalisti denunziano da tempo, e su cui la Consulta farebbe bene ad accendere il rosso del semaforo. Perché tale prassi consuma una frode in danno dell’art. 72 della Costituzione: le leggi s’approvano «articolo per articolo», ma ogni articolo dovrebbe esporre un unico oggetto, un’unica materia. Perché in caso contrario viene confiscata la libertà di voto dei parlamentari, costretti ad esprimere un «sì» o un «no» in blocco, senza separare il loglio dal grano. E perché il risultato finale non è una legge, bensì un elenco del telefono, oltretutto scritto in ostrogoto: un solo articolo, 212 commi che ti fanno ammalare di commite.

E nel merito? Sulla legge n. 107 sono piovute, fin dalla sua gestazione in Parlamento, accuse d’ogni sorta. Talora pretestuose, quantomeno sul piano della legittimità costituzionale. È il caso dell’alternanza scuola-lavoro, che Alberto Lucarelli (nel suo blog sul Fatto quotidiano) giudica in contrasto con il diritto allo studio. E gli stage che le università italiane propongono da anni ai loro studenti, sono anch’essi incostituzionali? Attenzione a non trasformare il diritto allo studio nel dovere alla disoccupazione. È il caso, per fare un altro esempio, del Comitato per la valutazione dei docenti. Ne fanno parte un rappresentante dei genitori e uno degli studenti, e ciò secondo alcuni offenderebbe la libertà d’insegnamento. Che tuttavia non coincide con l’insindacabilità di cui godono i parlamentari, non è un ombrello da aprire in tribunale. D’altronde pure all’università gli studenti giudicano i loro professori, compilando una scheda di valutazione.

Rimangono però altre due obiezioni, e non di poco conto. In primo luogo circa il finanziamento agli istituti scolastici privati (il buono scuola), vietato dall’art. 33 della Costituzione: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Un divieto che il nostro legislatore si è messo sotto i tacchi fin dalla legge n. 62 del 2000, firmata dal governo D’Alema; ma nel diritto la recidiva è un’aggravante, non un’attenuante. In secondo luogo, c’è il punto più controverso della Buona Scuola: i poteri del dirigente scolastico. Che gestirà l’organico, assegnando le cattedre ai docenti; li premierà a sua discrezione con un bonus in denaro; formerà la sua squadra di governo scegliendo i docenti da promuovere al rango di ministro.

Insomma, un presidenzialismo nemmeno tanto mascherato; ma senza l’impeachment con cui il Congresso americano può licenziare Obama. Da qui i sospetti d’incostituzionalità, perché il principio democratico – che l’art. 1 della Carta pone a fondamento della nostra convivenza – vale per ogni istituzione pubblica, non solo per le assemblee legislative. E perché la scuola non è un’azienda, perché i docenti dipendono dallo Stato anziché da un manager privato, perché la loro libertà d’insegnamento si svuoterebbe come un uovo se un capoccia potesse dispensare premi e castighi in base a fedeltà politiche, o più semplicemente culturali. «Io non vivo, che per scrivere dei canti» diceva un verso di Béranger, poeta popolare francese vissuto al tempo della Restaurazione «ma se voi, Monsignore, mi togliete il posto, scriverò dei canti per vivere». Ecco, auguriamoci che nella scuola italiana sia ancora possibile cantare.


Professore ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico all’ Università degli Studi di Roma III, editorialista de “ Il Corriere della sera” e de “ L’ Espresso”

tratto da http://www.gildaprofessionedocente.it/news/dettaglio.php?id=433

martedì 3 febbraio 2015

ULSS unica...Un problema (anche) di democrazia



27 gennaio 2011 alle ore 13.13

Non tutti sono daccordo ad istituire una ULSS unica in Provincia di Belluno, né con le parole né coi fatti, né a destra né a sinistra, e per fortuna!
Ma c'è chi la vuole. C'è chi vorrebbe 'garrottare' la sanità feltrina, ed è più che altro chi non vede, o non vuole o non riesce a vedere una cosa che invece è sotto gli occhi di tutti, se solo li si tiene aperti, vale a dire la decadenza del cosiddetto 'pubblico' e dello stato sociale in tutta Italia. Ed è l'agonia della montagna veneta.

Il problema però è più ampio e capitale di quanto non possa sembrare a prima vista. 
Dietro l'ipotizzata soppressione dell'ULSS feltrina aleggia una sorta di fumus ideologico, di sottopensiero latente, di impeto ideale pragmatista e machiavellico. Un impeto di antidemocrazia, potremmo dire, visto che da più parti si suggerisce (ben si intende più o meno apertamente) che un politico virtuoso, un amministratore bravo e coraggioso, è colui che non tien conto del consenso popolare, che agisce fregandosene bellamente dei voti e del patto con gli elettori.

Seguendo il filo rosso di questo pensiero pragmatista, di questa specie di realpolitik del postmoderno, si può beatamente sacrificare la sanità feltrina in barba agli elettori. E' la gloria dell'antipopolarità, del "Vi prometto sudore, lacrime, sangue" alla Winston Churchill. Ed è la moda del momento.

Così la volontà dei feltrini, come quella di ogni altro elettorato, è poca cosa, il senso del bene pubblico diventa relativo e dipendente dai pensieri solitari del politico. E di quattro ULSS dolomitiche se posson fare due, e poi magari una e poi, forse chissà, più nessuna. 
Lacrime e sangue, appunto. E giù gli applausi.

martedì 27 gennaio 2015

riavviare la coscienza democratica

 13 agosto 2014

Lascerei stare le categorie di "destra" e di "sinistra" che, a quanto pare, oggi non sono più in grado di sostenere un ruolo semantico adeguato; guarderei piuttosto agli intenti dichiarati e soprattutto alle azioni, agli atti compiuti da una parte piuttosto che dall'altra. E mi farei delle domande. Può il nostro Governo continuare una politica scellerata come quella di "Mare Nostrum", nascondendo le tante sue nefandezze dietro il mignolo di un'Europa distratta ed egoista? Può il governo continare a foraggiare i clandestini e nel contempo a tagliare i fondi per la sanità, per il sociale, per la scuola, per gli enti locali, per i trasporti e le infrastrutture, e può, soprattutto, tagliare le risorse al nord per continuare a versare bellamente fiumi di denaro nelle casse delle Regioni più dissennate, dei comuni e dei territori più malgovernati e corrotti? A chi va bene questa politica neocentralista e antidemocratica che sta svilendo sempre più il voto degli elettori (facendosene beatamente beffa), che sta togliendo competenze e risorse ai territori (ma non a tutti e non si sa il perchè), e che preserva e arricchisce, al contrario, il gran palazzo romano, che della corruzione è madre e padre insieme.
 

Mi do risposte sconsolate, al limite del cinismo, e alla fine dico che si deve cominciare a punire, pollice  verso e voto diverso, chi ha fritto e rifritto sempre la stessa aria: i burattini e i burattinai della politica italiana. 
E invece... è mai possibile che alle ultime europee sia stato il nostro Paese l'unico ad esprimere un plauso addirittura a chi ci fa stare supini nei confronti dei poteri forti dell'europa monetaria?
Purtroppo sì che è possibile.
E allora la prima cosa da fare è riavviare la coscienza democratica che s'è perduta, e rifondarla quasi da zero, ma riavviarla e rifondarla fuori (e sottolineo "fuori") da quella sterile retorica della democrazia che, dal dopoguerra ad oggi,  da lassù, dai livelli più alti dello stato, ci sta letteralmente menando per il naso.

domenica 11 gennaio 2015

Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?
In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?
Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri.
Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.
Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo .

Platone – La Repubblica Cap. VIII, Atene 370 A.C.

lunedì 29 dicembre 2014

"Sindaci Contro". L'antidemocrazia e i piccoli comuni.

 29 aprile 2014 alle ore 13.56

Uomini contro è il titolo di un film diretto nel 1970 da Francesco Rosi, e liberamente ispirato al romanzo di Emilio Lussu Un anno sull'Altipiano. In quel film di guerra il 'nemico' della truppa sembra essere costituito più dalla classe degli alti altissimi ufficiali che non da chi spara dall'opposta trincea. Ha senso oggi citare questo film, ha senso rapportare quest'immagine al mondo della politica e delle istituzioni? 
Chissà, però intanto la situazione sembra essere questa: abbiamo un paio di 'sindaci' ai vertici del governo e, contrariamente alle aspettative più naturali, sui Comuni il cielo si fa più cupo che mai.

Per fondere i piccoli comuni oggi basta un semplice referendum e non serve nessun quorum.
Basta che una sparuta minoranza di cittadini vada a votare e siamo a posto: la cosa è praticamente fatta. Oltretutto è sufficiente che la maggioranza dei votanti di quei comuni che sono sottoposti al referendum, nel loro insieme, (non comune per comune) dicano di sì alla fusione, e la fusione si fa.
È strano, ma stavolta non c’è nessuna lungaggine burocratica da rispettare, nessun ‘visto’ supremo da attendere, tutto va via liscio come una l'olio, tutto scorre rapidamente verso la fantastica avventura del Comune Unico Fuso.
E per facilitare la cosa si sta pensando, lassù nell’Olimpo, di levare ai sindaci dei Comuni più piccoli anche l’indennità di mandato. Un’indennità che, detto per inciso, se uno fa il sindaco a tempo pieno (cioè non fa altro che quello) si aggira mediamente intorno ai 6-700 euro al mese. Certo che con delle cifre così si rimettono a posto i conti dell'UE per oltre vent’anni!
Insomma, nei Grandi Palazzi romani ed eurolandici si vogliono meno Comuni e meno sindaci, e questo è il fatto.

Meno sindaci vuol dire meno rappresentanti del popolo.
E tuttavia, strano a dirsi, qualcuno in questo riesce anche a vederci maggiore efficienza e maggior democrazia.
Sulla maggior efficenza ci potremmo anche discutere, ma sulla democrazia? Come si fa a sostenere che “meno cittadini eletti dai cittadini” possa voler dire… “più democrazia”? È un assurdo in termini, è un ossimoro!
“Maggiore efficienza”. Beh, anche qui, è tutto da dimostrare che governare un territorio più vasto e complesso da un municipio solo sia maggiormente vantaggioso ed efficiente che governarlo da più sedi. O meglio, è tutto da dimostrare che assemblare vari territori per formarne uno vasto e complesso porti alla fine a una maggiore efficienza amministrativa. Se ciò fosse vero non sarebbe allora il caso di pensare, per paradosso, di fare dell’Italia intera un solo incredibile comune? Sai che risparmio e che efficienza che avremmo in tal maniera?

Intanto i sindaci, anche quelli dei comuni più piccoli, che dovrebbero perdere le loro indennità devono "accomodarsi" su un certo numero di sedie che comode non sono. Ne elenco un po’ a casaccio. 
I sindaci siedono nelle Conferenze dei Sindaci delle ULSS, e in quelle delle Comunità/Unioni Montane, nei Consigli delle stesse Unioni, nelle assemblee delle società partecipate (GSP per citarne una), nelle assemblee delle Autorità di Bacino, nelle assemblee dei Consorzi BIM, ed ora anche nei nuovi Consigli Provinciali e, dove ci sono, in quelli delle Città Metropolitane. E, sì, certo, anche nei Consigli e nelle giunte dei loro Comuni.
Sono politici di mestiere questi sindaci? Fanno parte della "casta"? Beh, visto che prendono al massimo 6-700 euro al mese (e solo nel caso in cui rinuncino al loro lavoro) lascio ai lettori giudicare se essi siano accostabili ai Signori della Politica, oppure no.

E dire "sindaci" e "indennità di sindaci" non è che poi sia la stessa cosa dappertutto.
Un conto è essere sindaci di un comune grosso, di una metropoli, un conto è essere sindaci di comune piccolo.
Chi amministra una metropoli prende di più. Perchè?
Un criterio per differenziare è quello degli abitanti. Orbene, il sindaco di una nota città italiana, che conta ben 1.353.882 di abitanti, ha preso nel 2012 un’indennità lorda di 109.491,00 euro. Il che vuol dire 0,080 euro a cittadino. Se usassimo questo criterio il sindaco di un comune di 1000 abitanti dovrebbe prendere allora, nella stessa misura, 80 euro lordi all’anno. Può essere? Direi di no, direi che il numero dei cittadini è un criterio fuorviante.

Parliamo di tempo dedicato allora?
Poniamo che il sindaco di quella grossa città dedichi, tanto per dire, 12 ore al giorno al suo lavoro di amministratore, e dato che lo fa per una cifra di 109.491,00 euro lordi all’anno, ci chiediamo: quanto dovrebbe lavorare allora il sindaco di un comune da 1000 abitanti, che è 1354 volte più piccolo? Milletrecentocinquantaquattro volte di meno, direi, che, se non sbaglio nel fare la proporzione, vuol dire poco più di mezzo minuto al giorno. Ha senso? Certo che no. Come fa un sindaco a dedicare solo mezzo minuto al giorno al suo comune? 

E se dicessimo che il sindaco di un piccolo comune dedica solo 4 ore al giorno al suo ente (perchè ha solo mille abitanti), quanto dovrebbe lavorare allora, in proporzione, il sindaco di un comune di 1.353.882 abitanti? Facile: milletrecentocinquantaquattro volte di più, cioè 5415 ore al giorno.
Vabbè, si sta scherzando. Sono conti inutili da fare, i criteri per i quali un sindaco prende così e un'altro prende cosà sono altri, più complessi, più sofisticati o... bizantini. Sono roba da funzionari statali, e a studiarli è quasi una perdita di tempo.
Alla fine, a tagliare la testa al toro arriva quello (intelligente) che ti dice «Chiudiamo i comuni più piccoli. Lasciamo fare ai comuni grandi» (ai loro funzionari magari) e, perchè no, ai neocentralisti che oggi sono forti e rampanti come leoni.
Eh, beh… c’è tanto da riflettere sull’antidemocrazia che oggi cresce e che prospera, udite udite, in nome del “buon governo” e di sua maestà la finanza.

Sull'argomento ho scritto anche su FB: https://www.facebook.com/notes/michele-balen/tagliacuci-degli-enti-locali/392468957562744