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mercoledì 27 maggio 2015

Schizzo a matita per una Regione Triveneta



Uno schizzo a matita, per dire a voce alta un sogno di autonomia. Senza pretese profetiche, senza credermi troppo originale,  metto a disposizione di chi è interessato un'idea che coltivo da diversi anni.
  • Ai sensi dell’art. 131 titolo V del dettato costituzionale è costituita la Regione Triveneta*
  • Alla Regione Triveneta sono aggregati i Comuni  appartenenti alle regioni Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia.
  • Alla Regione Triveneta si applica quanto previsto dall’art. 116 tit. V della Legge Costituzionale per il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d'Aosta/Vallee d'Aoste, ovvero che essa disponga di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo uno statuto speciale adottato con legge costituzionale.
  • Nell’ambito della Regione Triveneta  sono estese a tutti i territori e garantite dalla Repubblica le medesime prerogative di autonomia già in essere nelle aree amministrative dotate di statuto speciale ai sensi degli artt. 116 e 117 del dettato costituzionale.
  • Ai territori contraddistinti dalla presenza di minoranze linguistiche e ai comuni interamente montani della Regione sono assicurate ulteriori forme di autonomia da esercitarsi in forma associata entro ambiti ottimali individuati dai comuni stessi.
 * Denominazione provvisoria.

Una regione composita, dunque, costruita di diversità e di autonomie(1), con una storia alle spalle fatta di continue relazioni economiche, sociali e culturali tra le sue popolazioni. Come pure di confini artificiosi da smontare, confini come quello che separa ancor oggi il Feltrino dal Primiero e dalla Valsugana, per esempio, o il Cadore e Sappada dalla Carnia. 
Una regione di popoli, di montagna e di pianura, riequilibrati, anche nei numeri e nelle proporzioni territoriali, fra di loro. Dotata di strumenti legislativi e strutturali adatti a governare ogni area omogenea con le dovute peculiarità.

Ma come andrebbe costruita questa regione? 
Non certamente operando dall'alto, non alla "napoleonica", ma destrutturando pian piano, piuttosto, i confini che le segmentano, permettendo per esempio la gestione comune di politiche e di servizi anche su base distrettuale sovraregionale, e interregionale. O, ancora, favorendo l'instaurarsi di istituzioni e tavoli di governo comuni che vedano sedere insieme gli amministratori pubblici di tutte e tre le attuali regioni. Sindaci del Trentino Alto Adige con sindaci del Veneto, e sindaci del Veneto con sindaci del Friuli Venezia Giulia. favorendo la creazione di "comunità a scavalco". E favorendo inoltre la possibilità di istituire Camere di Commercio o Associazioni di categoria che sorpassino i confini regionali. 


(1) Separare con confini rigidi i popoli alpini da quelli di pianura a lungo termine è controproducente per tutti. Se la logica è quella di mettere insieme i popoli alpini allora la regione prospettata va esattamente in questa direzione, ma non lo fa con un'ottica "curtense" e di piccolo cabotaggio, bensì con una visione aperta ed inclusiva. Non si tratta qui di ricalcare l'attuale modello regionale, ma di costruire un modello tutto nuovo, il modello di una "regione delle autonomie e delle specificità". Una regione fatta di comunità e di identità diverse, che sia modello per un'Europa dei popoli che ancora non si è mai vista.



lunedì 18 maggio 2015

L'autonomia.... a chi?

Supponiamo per un momento che il genio dalla lampada si offra di concedere magicamente una vera autonomia alla montagna veneta: a chi vorremmo che fosse intestata detta facoltà? 
"All'ente provinciale!", ci sembra senza dubbio di dover rispondere, com'è per Trento e per Bolzano. Ma siamo certi che questa sarebbe davvero una scelta lugimirante per noi?
Vediamo un po'. 
Gli enti provinciali sono, da sempre, quelli più discussi e più assediati fra gli enti del governo territoriale. Con scadenza periodica, infatti, vi è chi ne propone l’abolizione, ritenendo che essi siano un livello istituzionale inutile, ben sostituibile con un migliore e più definito assetto delle competenze e dei poteri fra le Regioni ed i Comuni.
Orbene, l'autonomia è un valore importante, un tesoro prezioso: e chi mai metterebbe un tesoro prezioso in un luogo così frequentemente esposto agli assedi e alle tempeste della politica?

Ma allora dove dovremmo chiedere che il genio della lampada riponga la nostra autonomia perchè essa non vada cancellata, sottratta, perduta appena l'indomani del suo magico conseguimento? Su quale barca la dovremo caricare, se quella provinciale ci appare, e a ragione, tanto insicura ed esposta alle tempeste?

Io suggerisco che al genio si chieda di riporre la nostra autonomia non in una sola grande nave provinciale, ma nella "flotta" intera dei piccoli agili vascelli comunali, degli enti più antichi, più stabili e più sicuri della nostra repubblica, quelli che con molta difficoltà verrebbero un domani cancellati dalla nostra Costituzione: i comuni. Così mi sentirei al sicuro.
 
La norma "geniale" dovrebbe dunque prevedere l'assegnazione delle autonomie speciali agli enti comunali, definiti e individuati dalla legge stessa; dovrebbe inoltre obbligare tali enti a individuare da loro stessi gli ambiti ottimali (gruppi di comuni, unioni montane, gruppi di unioni, aree provinciali o interprovinciali o addirittura interregionali...) in cui esercitare, in forma necessariamente associata, le competenze loro assegnate, una per una, permettendo così alle varie comunità naturali di ridisegnare buone "geometrie" di governo, e di creare strumenti e livelli efficaci per esercitare ogni funzione ricevuta. E  praticare, con ciò, una responsabile democrazia politico-amministrativa radicata e aderente al territorio.

domenica 17 maggio 2015

Uno stato Triveneto


L'idea di una provincia autonoma di Belluno e quella di una Venetia (Venezia Euganea) immaginata come stato indipendente o come stato inscritto in un'Italia federale, sono pure compatibili, ma fin da subito vanno fra esse "armonizzate", ciò per renderle efficaci sul piano della loro proponibilità. 

In primo luogo il Feltrino, perno strategico di tutto il pensiero autonomista, reclama a buon diritto l'abbattimento dei suoi confini occidentali con il Trentino; parimenti fanno l'Agordino e l'Ampezzano. Ciò comporta giocoforza che il ragionamento indipendentista sia allargato fin da subito almeno al Trentino Alto Adige. Guai, infatti, se un confine di stato si sostituisse a quello regionale che già oggi strozza il Feltrino storico, tornando a separare come un tempo, in modo assurdo, il territorio soggetto al Veneto da quello soggetto al Trentino.

In secondo luogo, va da sè che anche il Friuli Venezia Giulia, in uno scenario che dovesse vedere l'ormai raggiunta indipendenza del Veneto, non potrebbe che chiedere anch'esso, necessariamente, o un'analoga e parallela indipendenza o la sua aggregazione allo stesso stato nordestino. Se ciò non accadesse il pasticcio sarebbe, con tutta evidenza, grandissimo.

Rimane infine (ed ecco qua il momento saldante fra l'autonomismo bellunese e l'indipendentismo veneto), da disegnare il quadro delle autonomie; quelle che andrebbero immediatamente sviluppate all'interno dello stato triveneto così concepito. In tale quadro, lo specifico assetto di governo di quella che oggi chiamiamo "montagna veneta" e "provincia di Belluno", potrebbe trovare un respiro tutto nuovo.

martedì 27 gennaio 2015

la specificità votata

Palazzo Ferro Fini Venezia

Mercoledì 30 luglio 2014 Palazzo Ferro Fini Venezia 



Cos'è accaduto oggi a Venezia, in Consiglio Regionale? 
E' accaduto che c'è stata una svolta epocale nella politica regionale. 
E' accaduto che la Regione Veneto ha saputo pensare ai suoi territori montani in modo organicamente e definitivamente amico e democratico. 
Un fatto storico!
 
Restano ora da capire i dettagli del testo che è stato licenziato ier sera dall'aula e soprattutto da capirne la reale portata futura. 

Resta da capire se i tempi (che saranno lunghi) per attuare il trasferimento delle funzioni e delle risorse si riveleranno alla fin fine così tanto lunghi da vanificare lo sforzo fin qua compiuto dai consiglieri Dario Bond, Matteo Toscani, Sergio Reolon, che hanno, diciamolo, lavorato bene e con coscienza.
 
E' un punto di arrivo e, come sempre, non è che un punto di partenza.

Così va la storia, così va il mondo...

bilancio 2014

17 giugno 2014
 
simpatico specchietto delle spese di palazzo

In via previsionale nel 2014 il Comune di Cesiomaggiore riceverà dallo stato circa 380.000,00 € in meno rispetto al 2009 e 190.000,00 € in meno rispetto al 2013.
Il Comune di Cesiomaggiore viste le ristrettezze per continuare ad esistere e a fornire i suoi servizi ai cittadini deve agire sulle tasse e diminuire le spese.
Le spese le ha diminuite diminuite, sempre in termini di previsione per il 2014, di circa 90.000,00 € rispetto al 2013.
Per le tasse: ha introdotto nuove agevolazioni per l'IMU: per iscritti AIRE, per aziende e per stabili concessi in comodato d'uso ai figli (ben 40.000,00 € di entrate in meno rispetto al 2013); ha abbassato del 6% la bolletta dei rifiuti (TARES); e infine ha introdotto, perchè costretto dalla legge, la TASI a copertura delle minori entrate.

Il mirino dello sdegno

9 giugno 2014 

A facilitare la demolizione delle Regioni, delle Province e di ogni altro ente di partecipazione democratica e di governo autonomo del territorio, a facilitare cioè il lavoro dei neocentralisti che, per difendere i "palazzi romani", distruggono ogni altro pur piccolo palazzo d'intorno, ci si mette la corruzione di tanta, troppa gente. 

Ma non è che la corruzione non ci sia anche nella "cittadella romana" dal potere, non è che lo stato centrale sia rimasto un incorrotto, anzi! E' di certo il vero centro della corruzione che ci pervade, e tuttavia quella cittadella palatina ha il comando dei massmedia e della terrena giustizia, può orientare il mirino dello sdegno pubblico su chi vuole, e  mostrare le pecche altrui per distogliere  lo sdegno e lo sguardo dalle sue.

domenica 25 gennaio 2015

Lo spaventapasseri autonomista di Cesio

3 agosto 2012
 
Non credo che questo simpatico spaventapasseri sia solamente una pasquinata notturna di qualche "valligiano buontempone", credo piuttosto che sia un segnale chiaro di disagio che ci da questa terra e che debba essere letto nella giusta prospettiva. Conoscendo la mia comunità sono propenso a credere che con questo pupazzo si sia voluto dichiarare, usando la solita pacatezza della mia gente, come stia stia cambiando nella storia di questo angolo di mondo.
Spero vivamente che lassu, nelle alte sale dei palazzi romani, non si commetta l'errore madornale di classificare questi fenomeni come problemi di ordine pubblico, perche in realtà sono problemi di identità culturale, di buona politica e di autentica democrazia.
Voglio sperare tuttavia che non si vada mai oltre i "gesti' dimostrativi di questo genere.

Regione Autonoma Triveneta

11 marzo 2014 


«Per far funzionare l'Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie.» 

Beppe Grillo.

Ecco, allora è meglio lasciar stare l'idea delle "macroregioni" di Miglio, e concentrarsi piuttosto sulle regioni attuali. Io proporrei allora la Regione Autonoma Triveneta, che sia fondata su Comunità Locali con statuto di modello Trentino, e che comprenda Trentino - Alto Adige, Veneto e Friuli - Venezia Giulia.


 Spero che in un futuro non troppo lontano i nostri figli potranno godere di una nuova Decima Regio, il che vorrà dire l'abbattimento dei confini che oggi separano e discriminano le nostre Tre Venezie.

popolo veneto bue


Il Veneto è stato visto e trattato sempre come una terra di bovini imbecilli (oh, popolo bue). "Quei veneti polentoni, un tantino deficenti, di cui possiamo ridere, dai quali possiamo prelevare il denaro a piene mani, ai quali 'dobbiamo' indirizzare, a prescindere, l'accusa di razzismo, a cui possiamo cercar di spedire le immodizie della nostra bella solare affascinante accogliente città di Napoli... (ostinati 'sti veneti che non le vogliono, razzisti!!!). 
E tuttavia è vero, si potrebbe fare una pur imprecisa proporzione: "il Veneto sta all'Italia come la Provincia di Belluno sta al Veneto". Perchè c'è proprio una certa analogia tra la considerazione che gli italiani hanno del Veneto e quella che hanno i veneti di noi di montagna.

Hic sunt leones!

Una trappola

Io temo che il mantenimento della provincia di Belluno senza un'autonomia "alla trentina", senza la caduta del muro di Primiero, senza un ampliamento territoriale a tutta la montagna veneta, senza uno statuto che la renda policentrica, si rivelerà una trappola mortale per la nostra terra.

Area = base x altitudine

AM: Area Metropolitana e Area Montana.
Per calcolare l'area non basta la base, serve anche l'altezza, in questo caso... l'altitudine!

venerdì 23 gennaio 2015

La missione della Provincia

Io credo che ormai sia più saggio investire sulla dimensione delle Unioni Montane e quella di  aggregazioni istituzionali a geografia variabile, istituzioni in cui i comuni possano riassociare le proprie funzioni secondo schemi veramente razionali ed assetti davvero ottimali. 
Vanno tolti invece alcuni confini, come quello che separa le province di Belluno e di Treviso, che limitano la libertà dei comuni , come Segusino, che decidono di migliorare le proprie condizioni aderendo ad Unioni Montane di altri territori che magari non sono compresi nella loro stessa provincia. 
O come quello (terribile) che separa il Feltrino dal Primiero e dalla Valsugana e che impedisce di fatto la splendida interazione fra le tre realtà che ad oggi non si può fa altro che immaginare.

La Provincia di Belluno, come ogni altra provincia italiana, ha oggi l'aspetto di un ente "incapace", dimezzato.
Ho più volte ribadito ai sindaci e alla stampa locale come l'unica prospettiva che io ritenga immaginabile e proponibile per la nuova Provincia di Belluno sia quella di essere un ente "politico", con la missione importante di esprimere una forte e decisa rappresentanza delle varie comunità del territorio. E con l'obiettivo di ottenere per esse la massima autonomia amministrativa, su modello trentino. Autonomia da attribuirsi, nel nostro caso, ai comuni, più che alla Provincia in sè, col vincolo che essi la esercitino in modo associato secondo il principio dell'ambito ottimale che sopra ho evocato.

martedì 6 gennaio 2015

la specificità in Regione

31 luglio 2014

Cos'è accaduto ieri a Venezia, in Consiglio Regionale? E' accaduto che c'è stata una svolta epocale nella politica regionale. E' accaduto che la Regione Veneto ha saputo pensare ai suoi territori montani in modo organicamente e definitivamente amico e democratico. Un fatto storico!
Restano ora da capire i dettagli del testo che è stato licenziato ier sera dall'aula e soprattutto da capirne la reale portata futura. Resta da capire se i tempi (che sono lunghi) previsti per il trasferimento delle funzioni e delle risorse si riveleranno alla fine tanto lunghi da vanificare lo sforzo fin qui compiuto dai consiglieri Dario Bond (Pagina ufficiale), Matteo Toscani, Sergio Reolon, che hanno, bisgona dirlo, lavorato bene e con coscienza.
E' un punto di arrivo e, come sempre, è anche e soprattutto un punto di partenza, così va la storia da che mondo è mondo..

L'unità nazionale

12 agosto 2014

 Provincia di Belluno prossima ventura.

L'unità nazionale non si fonda sulla cassa per il mezzogiorno, o sulle autonomie speciali riservate, o sull'imigrazione selvaggia e incontrollata, o sullo spreco di certi territori e il sudore di altri.
L'unità si fonda semmai sull'equità e sulla giustizia, fra terra e terra, cittadini e cittadini. Ma è roba rara purtroppo in questa penisola.

Referendum per il Trentino: "Questione di Quorum..."

11 febbraio 2013 alle ore 9.48

Al blocco delle liste elettorali, avvenuto il 26 gennaio 2013, gli elettori del comune di Cesiomaggiore erano in numero di 4666.
Di essi 1280 sono i cittadini residenti all'estero (AIRE)
I cittadini effettivamente residenti in comune sono dunque 3386.

Il quorum previsto per la validazione del referendum è pari al 50% degli aventi diritto al voto più uno (50%+1).

Riferito al numero degli aventi diritto al voto ufficiali (AIRE compreso) il quorum validante si raggiunge con
4666:2=2333+1=2334

Riferito invece al numero degli effettivi elettori residenti (AIRE escluso) il quorum si raggiungerebbe con
3386:2=1693+1=1694

Il primo è il dato legale, il secondo ha invece valore puramente politico.

Il secondo, infatti, permette di cogliere la dimensione del reale, l'effettiva volontà di chi abita e risiede nel territorio di Cesio.
Esiste una questione di non poco conto: è giusto che il quorum, per ammettere un voto consultivo come questo, si fissi comprendendo un alto numero di cittadini che sono lontani e dunque impediti al voto per la loro lontananza?

Per il quorum si veda L.352/1970 art. 45
Art. 45
L'Ufficio centrale per il referendum, costituito presso la Corte di cassazione, procede
alla somma dei risultati del referendum relativi a tutto il territorio nel quale esso si è
svolto, e ne proclama il risultato.
La proposta sottoposta a referendum è dichiarata approvata, nel caso che il numero
dei voti attribuiti alla risposta affermativa al quesito del referendum non sia inferiore alla maggioranza degli elettori iscritti nelle liste elettorali dei comuni nei quali è stato indetto il referendum, altrimenti è dichiarata respinta.

C'è da chiedersi, e io infatti me lo chiedo, se sia davvero necessario, utile, opportuno che un referendum consultivo, che non delibera un bel nulla e non elegge nessuno, ma sottopone soltanto al legislatore una proposta, abbia a sottostare alla logica del quorum.   
Quanti anziani o invalidi, per esempio, non hanno potuto recarsi alle urne date le loro difficili condizioni psicofisiche? Ho il sospetto che a Cesiomaggiore ve ne sia stato un buon numero. Il quorum li pretendeva al seggio.  

Il dopovoto: quorum mancato...

11 febbraio 2013 alle ore 19.07

A Cesiomaggiore hanno votato in tutto 1648 elettori sui 4666 aventi diritto, e sui 3386 residenti effettivi.
Ciò vuol dire che ha votato il 35,31% degli aventi diritto e il 48, 67% dei residenti effettivi.
Il quorum dunque non è stato raggiunto, nè lo sarebbe stato considerando i soli residenti effettivi.
La richiesta di distacco dal Veneto e di aggregazione al Trentino del comune di Cesio non può quindi procedere.

Servirà del tempo per analizzare e per capire il senso di questo "non voto" scelto dal 51,33% degli elettori cesiolini effettivamente residenti.
Certo è fin d'ora che in futuro sarà più difficile per noi amministratori rappresentare alla politica romana e veneziana il disagio della popolazione cesiolina, il malcontento per le crescente difficoltà economiche e per le continue disparità di trattamento che sono riservate ai cugini del Trentino-Alto Adige.

Noi amministratori pubblici confidavamo che lo strumento del voto sarebbe stato usato a piene mani. Così non è stato. Confidavamo che da un voto affermativo sarebbe emersa con chiarezza la voce del malcontento popolare e una inequivocabile volontà di cambiamento. Così non è stato.

Ora vedremo se questo non-voto sarà interpretato dal mondo politico come segno di indifferenza verso la sorte della propria comunità, o come fiducia incondizionata nel sistema, o come soddisfazioine per lo stato delle cose. Vedremo.
Intanto faremo del nostro meglio, e nonostante tutto, per servire come possiamo i nostri cittadini.

Referendum e osservazioni cronologiche

 31 gennaio 2013

2005: il 30 e 31 ottobre a Lamon si tiene il referendum per chiedere il passaggio del Comune dal Veneto alla Provincia Autonoma di Trento.

2006: il 9 ottobre si tiene a Sovramonte un referendum del tutto analogo a quello di Lamon.

2007: Il 4 luglio a Recoaro Terme il Presidente della Regione del Veneto Galan e il Presidente della Provincia Autonoma di Trento Dellai sottoscrivono l'Intesa tra Regione del Veneto e Provincia autonoma di Trento per la disciplina del migliore esercizio delle funzioni amministrative inerenti i settori dello sviluppo locale, della sanità, della cultura, dell'alta formazione, dell'istruzione e della formazione, delle infrastrutture e reti di trasporto, interessanti i territori confinanti della Regione del Veneto e della Provincia autonoma di Trento. L'Intesa è ratificata dai rispettivii Consigli lo stesso anno.

2007: il 28 ottobre a Cortina d'Ampezzo e Livinallongo del Col di Lana si tiene il referendum per chiedere il passaggio alla Provincia Autonoma di Bolzano. .

2009: il 23 dicembre è istituito l'ODI con la legge finanziaria per il 2010 del 23 dicembre 2009 n. 191 per  gestire un fondo di 80 milioni annui destinati a finanziare progetti “per lo sviluppo economico e sociale dei territori confinanti con le province autonome di Trento e Bolzano”.

2010: con la legge finanziaria delll'anno si approva il cosiddetto Fondo Letta destinato al finanziamento di specifici progetti finalizzati allo sviluppo economico e sociale dei territori dei comuni confinanti la cui superficie è contigua al confine delle regioni a statuto speciale, individuati per macroarea, per un totale di 99 comuni del Nord;

2011: il 13 ottobre è approvato il Fondo per la valorizzazione e la promozione delle aree territoriali svantaggiate confinanti con le regioni a statuto speciale.

Panta rei: province, referendum e identità

30 gennaio 2013 alle ore 12.42 



A chi non riesce ad immaginare il Feltrino se non come un'articolazione distrettuale dell'attuale provincia di Belluno, a chi ritiene che gli abitatori della plaga feltrina siano da definirsi inopinatamente "bellunesi", a chi si scandalizza dell'idea che la provincia di Belluno possa essere smembrata o trevigianizzata o dissolta, o che parte di essa possa tentare la via del Friuli o del Trentino-Alto Adige, a tutti costoro dedico e propongo questa breve lettura. E' tratta da una delibera di giunta che circolò tra i comuni feltrini nei primi anni Settanta dell'Ottocento.


"I due territori di Feltre e di Belluno costituirono due diverse provincie fino al congresso di Lione (1802), quando per prepotenza di conquista, furono unite in una sola, con sede in Belluno. Però nessuna ragione naturale od economica chiama i due distretti di Feltre e di Fonzaso, che formavano il primo di quei territori, a far parte della provincia di Belluno, talchè la loro aggregazione può dirsi veramente una violenza legale.
Somma differenza di prodotti del suolo e della mano dell'uomo; separazione e disuguagflianaza manifesta di interessi; mancanza totlae di rapporti sociali e commerciali; eccedenza insopportabile di spese senza alcuna utilità pubblica, sono i principali argomenti che valgono a provare la accusata anormalità. Indi la grande e molto sentita sproporzione tra le spese cui soggiace questa parte della provincia ed i vantaggi che ne ritrae.
[...]
E' per ciò la grande maggioranza di essi [abitanti della provincia di Belluno] chiede al Governo che ha promesso una savia riforma della circoscrizione territoriale delle provincie e circondari del Regno, la soppressione della provincia di Belluno per assoluta mancanza di mezzi ad esistere; ed in particolare i comuni dei due distretti di Feltre e di Fonzaso, che ne formano più che una terza parte, concordi ed unanimi domandano la loro aggregazione alla provincia di Treviso, alla quale per posizione e per vie naturali, con ogni rapporto, con ogni interesse, con ogni aspirazione da tempi remoti e con attività ognor crescente stanno legati.
Questa petizione che esprime un voto la cui soddisfazione si presenta avedentemente quale una siprema necessità economica ed un atto di pura giustizia, s'innalza alla rappresentanza della Nazione, nella fiducia che sia favorevolmente accolta, perchè gli Ordini Liberi permettano alfine la distruzione di vincoli imposti dalla forza, senza riguardo alcuno alla volontà ed al benessere delle popolazioni."


Il testo che ho estratto è sufficiente, a mio avviso, a regalare un disarmante ritratto dei feltrini di allora, per nulla schierati a difesa della loro incipiente bellunesità, avversi ad essa, invece, con un'avversione vivace, decisa e motivata; un'avversione figlia del sopruso subito da Napoleone, ma soprattutto del disagio sociale ed economico che già si stava sperimentando.
Chi l'avrebbe immaginato? Chi? Gli storici forse, abituati come sono a veder cambiare ogni cosa nel tempo, come il colore del camaleonte su un ramo.

Consoliamoci del nostro futuro, comunque vada sarà radioso: un domani i feltrini potranno forse dirsi orgogliosamente trevisani o trentini o chissà cos'altro, così come oggi si dicono bellunesi, e difendere con entusiamo ciò che oggi ripugnano, o aborrire ciò che oggi difendono.
Consoliamoci, così va la vita, così va la storia.

Statuto e Consiglio sul referendum

29 gennaio 2013 alle ore 10.15


Lo Statuto Comunale di Cesiomaggiore all’art. 32, c 2 riconosce al Consiglio la facoltà di avviare, motu proprio, la procedura di indizione del referendum di consultazione.
In alternativa, all’art. 32, c 4, lo  stesso statuto chiede, per avviare il medesimo procedimento, un quorum di sottoscrittori non inferiore al 20% degli aventi diritto al voto.
Il numero di sottoscrittori della richiesta referendaria pervenuta al Sindaco è di 462, numero di per sè insufficiente per avviare la procedura secondo l'ipotesi prevista dall'art. 32, c 4, perchè al 31 luglio 2012 gli aventi diritto al voto del comune erano 4665, in tal numero compresi i residenti al’estero.
Tenendo conto tuttavia che il numero dei firmatari è superiore al 20% degli effettivi votanti delle ultime elezioni comunali, che è pari a 2.171 elettori su 3386 residenti, il Consiglio ha valutato di accogliere e di far propria la proposta dei firmatari seguendo lo spirito previsto dall'art. 32, c 2

Il referendum per il Trentino: i costi della democrazia.

 4 gennaio 2013 alle ore 23.35

C'è chi li promuove, chi li sostiene, chi li avversa, anche con decisione, chi li snobba e chi li ignora o finge di ignorarli, anche se ignorarli è diventato ormai difficile. Parlo dei referendum di consultazione popolare per passare, armi e bagagli in mano, al Trentino Alto-Adige.
Il mio Comune ha ricevuto la richiesta, sottoscritta da un cospicuo numero di cittadini, di indire il referendum, e ha deliberato a favore, con voto unanime dei consiglieri comunali. Poi le competenti autorità romane hanno autorizzato la consultazione e ne hanno stabilito la data.
Dunque il referendum... s'ha da fare.

Ora mi permetto due parole sul tema.
Fin da quella volta che Napoleone Bonaparte pestò coi suoi calcagni questa nostra terra, che oggi chiamiamo "provincia di Belluno", i nostri comuni sono inscritti nell'ente amministrativo allora chiamato "Dipartimento della Piave". In oltre due secoli di storia la nostra provincia ha conosciuto varie vicissitudini, lunghi periodi di miseria e brevi e rari momenti di fortuna.
Il Feltrino, che prima d'allora era del tutto autonomo, ha perduto nella provincia quasi tutte le sue istituzioni più importanti. Il resto del territoro, il Cadore, l'Agordino, il Comelico, l'Alpago... non se la passa meglio: non ha visto che rari e localizzati esempi di sviluppo e di benessere, mai nulla a che vedere col benessere e con lo sviluppo del Trevisano, tanto per dire.
Onestà e laboriosità delle popolazioni "bellunesi" non sono valse che ad ottenere le briciole di quanto hanno ottenuto nel frattempo i fratelli trentini col loro statuto speciale.

La Provincia di Belluno ha avuto oltre duecent'anni di tempo per dimostrare la sua forza e la sua efficacia nel difendere e nel promuovere al meglio i suoi territori. Com'è andata, vogliamo fare due conti? Siamo soddisfatti di questa provincia?
Se i risultati non ci soddisfano dovremmo semplicemente e saggiamente prenderne atto.
E se lo stato attuale delle cose, che vige da secoli, sia efficace o meno ha da dircelo la statistica; e se siamo soddisfatti o meno ha da dircelo l'uomo della strada che fa i conti con la fine del mese.

Io difendo l'unità della Provincia, sia ben chiaro, ma l'unità non fine a se stessa, non come un valore assoluto, bensì come uno strumento per governare i nostri paesi. Non altrimenti.
Per fortuna, io dico, l'unità della provincia di Belluno non forse è nè l'unico nè il più efficace strumento per difendere e sostenere le nostre ragioni. Per fortuna vi sono altre vie, vie che altri tentano di percorrere, come fanno i comitati referendari e come fanno quei cittadini che i referendum li hanno chiesti e sottoscritti. Fanno bene a tentare strade impraticate? Non lo so, ma parto dal principio che "tentare altre vie" sia sempre un atto d'intelligenza e di coraggio.

In ogni caso io sono il sindaco di Cesiomaggiore, sono al servizio dei miei cittadini e sento il dovere, anzi, il "sacrosanto dovere", di dare ai cesiolini la possibilità di esprimersi sul futuro del loro Comune; come sento di sostenere le loro ragioni e di attendere di conoscere la loro volontà, quale essa sia, per tenerla nel giusto conto, com'è mio dovere.
Per questo non mi limiterò a difendere soltanto la Provincia di Belluno e la sua unità, ma sosterrò parimenti le ragioni e il diritto di chi ha chiesto il referendum per il distacco dal Veneto, ritenendo che vi sia soltanto un'apparente contraddizione in questa scelta, ritenendo che prima di ogni altra cosa venga il bene della mia gente e che ogni strada democratica e legale per ricercarlo sia pure legittima.
Il referendum consultivo è uno strumento legale e democratico ed è volto al bene del mio paese, allora ben venga il referendum, al di là dei suoi costi che sono dei costi dovuti alla democrazia.

Aggiungo infine che la strada della specificità della Provincia di Belluno nella Regione del Veneto è sempre valida e aperta. Ma deve diventare sostanziale, reale e palpabile. Sarà questa sostanzialità, e l'equità fra i territori, che toglierà eventualmente senso ad altre scelte. Per ora vi sono ragioni storiche, identitarie ed economiche che rendono più che rispettabile la scelta dei referendum.