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lunedì 21 marzo 2016

Troppi i comuni italiani?

Eliminazione dei piccoli comuni.

Dal PD parte una bordata -l'ennesima- contro i comuni: una proposta di legge a firma di Lodolini che prevede di eliminare dall'alto, in modo forzato, i comuni più piccoli. 
La scusa è quella di sempre, quella che si usa per motivare qualsiasi azione deleteria e antidemocratica che si voglia attuare: la scusa è Monsignor Risparmio. Potevano dire "E' l'Europa che ce lo chiede", ma tant'è...

A poco serve dimostrare razionalmente, coi numeri, che il risparmio in realtà non esiste, e che se c'è, c'è perchè sono stati eliminati dei servizi essenziali per la popolazione. A poco valgono il buon senso e la ragione umana. Come nella favola del lupo e dell'agnello di Fedro il forte prevale sul debole senza neanche avere l'onere, alla fin fine, di dover fornire una plausibile ragione.

In ogni caso ci chiediamo per pura onestà intellettuale: sono davvero troppi i comuni in Italia? Sono davvero da sfoltire? 

Diamo allora una piccola occhiatina all'estero.

In Italia i comuni sono circa 8.000 e cioè uno ogni 7.585 abitanti
In Germania i gemeinden sono 11.334 ossia sono uno ogni 7.213 abitanti.
Nel Regno Unito gli wards sono 9.434 vale a dire uno ogni 6.618 abitanti.
In Francia i communes sono 36.680: uno ogni 1.774 abitanti.
In Spagna ci sono 8.116 municipios: uno ogni 5.687 abitanti.
La media in UE è di un ente comunale ogni 4.132 abitanti.



Possiamo dunque visualizzare in questo grafico il rapporto che c'è tra i comuni e gli abitanti nei citati paesi europei. 
E come si vede l'Italia è il paese, fra quelli considerati, con il minor numero di comuni per abitante.



Dimostrato che in Italia non ci sono troppi comuni, non almeno rispetto all'Unione Europea, la vera questione rimane solo quella del rapporto economico fra le risorse pubbliche disponibili e i servizi da rendere alla cittadinanza. 

E' chiaro e scontato che sia la democrazia sia i servizi alla popolazione sono onerosi, ma alzi la mano chi pensa che si debba risparmiare o sulla democrazia o sui servizi essenziali, sapendo che è appunto per governare in modo democratico e per rendere servizi alla popolazione, che esiste la Repubblica. Chi volesse, infatti, risparmiare su queste cose dovrebbe avere il coraggio di proporre una monarchia assoluta alla Roi Soleil, con zero democrazia e zero servizi: il risparmio sarebbe assicurato.

Stabilito che il risparmio per il risparmio non è una cosa che stia in piedi in uno stato democratico, è bene capire che il vero risparmio è ottenibile non tanto distruggendo i comuni, ma maggiorando semmai la scala di gestione dei servizi erogati. E neanche questo è sempre vero.
In ogni caso è sui servizi e non sugli enti che si può ottenere un certo risparmio, e lavorando non per distruggere ma per dare ordine e razionalità 
Sarebbe, infatti, una calamità spaventosa la demolizione di migliaia di piccoli comuni, poichè tale demolizione comporterebbe una perdita irrimediabile di identità comunitaria e di autentica democrazia, e soprattutto della ricchezza civica costituita dall'impegno di decine di migliaia di amministratori pubblici, sostanzialmente volontari, il cui costo complessivo annuale è pari a quello di appena una trentina di deputati parlamentari. E il tutto a fronte di risparmi reali davvero irrisori.
 
La soluzione, dettata dal buon senso, è quella della gestione associata dei servizi. Il d.l. 78/2010 già obbliga i comuni con meno di cinquemila abitanti ad associare le funzioni e i servizi e l'associazione dei servizi è ampiamente sperimentata in enti quali le Comunità e le Unioni Montane e le unioni di comuni; l
a maggior parte dei comuni con
meno di cinquemila abitanti fa parte appunto di uno di questi enti
Il segreto sta dunque nell'incentivare con decisione l'ulteriore associazione di servizi in ambiti ottimali e attraverso delle giuste e congrue premialità.
Se dieci comuni, tanto per capirci, che hanno in tutto sette agenti di polizia locale, associandosi nella funzione ricevono due agenti in più, è chiaro che hanno un forte interesse ad associarsi. Ma se, al contrario, nell'associarsi perdono un ulteriore agente e si ritrovano con meno di quel che avevano quand'erano dissociati, è evidente che per loro la cosa è solo un imbroglio.

Gli enti di secondo grado, sovracomunali, possono essere lo strumento giusto per salvare i servizi fondamentali, le economie e soprattutto per salvaguardare le piccole comunità locali. 
Serve allora uno sguardo intelligente sulla questione, che non sia ideologico, non scalmanato e mediatico come quello che oggi è in voga nel Palazzo (vedi il PD Lodolini) e nei salotti. Serve mollare la scellerata avversione talebana per i cosiddetti campanili e "capire" prima metter mano al piccone demolitore.

Invece di distruggere i piccoli comuni è ragionevole casomai

- innalzare l'obbligo di associare la gestione delle funzioni e dei servizi fino ai comuni con 10.000 abitanti, rendendoli disponibili a collaborare con i comuni più piccoli e in difficoltà;

- premiare con risorse aggiuntive gli enti di secondo grado quali le Unioni Montane, in ragione dei servizi gestiti per i comuni associati;

- considerare tra i parametri di virtuosità l'associazione dei servizi;
- concedere un'autonomia fiduciaria concreta ai comuni che si dimostrino virtuosi;
-  applicare quale parametro di valutazione per le premialità, il metodo dei costi standard sia per contesto nazionale sia per aree omogenee.

Con questo metodo si otterrebbero dei veri risparmi, una più razionale ed efficace gestione dei servizi, servizi di qualità migliore, e, guarda caso, si manterrebbero le strutture del governo territoriale, gli enti e i luoghi della democrazia.


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In calce alla mia riflessione aggiungo un intervento di Francesco Chiucchiurlotto dedicato al medesimo argomento.




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Fino a poco tempo fa le caratterizzazioni ed i contenuti della Sinistra erano facilmente riconoscibili ed identificabili: giustizia sociale per i più deboli, diritti civili diffusi, lavoro come diritto e fondamento politico, autonomia e crescita della autonomie locali, comuni in primis.
E’ nei comuni, che nasce e cresce il cittadino; è li che esso forma il centro dei suoi interessi e sviluppa la propria famiglia come cellula dell’intera società.
Non a caso l’Italia ha, unica al mondo, due istituzioni millenarie: la chiesa cattolica apostolica romana e gli ottomila comuni.
Prudenza vorrebbe che tali istituzioni fossero trattate con il dovuto riguardo, rispetto, sensibilità; e ciò comunque la si pensi, comunque si appartenga a schieramenti politici o culturali.
Sta facendo un qualche effetto, sulla seconda delle istituzioni citate, la proposta di legge che va sotto il nome del primo firmatario, tal Lodolini, seguito da altri 19 deputati del Pd, che all’art.1 modificherebbe il testo unico sugli enti locali sancendo la lapidaria sentenza che: “Un comune non può avere una popolazione inferiore a 5000 abitanti”.
L’art. 2 prevede la fusione obbligatoria, che se non volontariamente scelta, verrà attuata dalle Regioni; l’art.3 dimezza i trasferimenti erariali alle Regioni non adempienti.
Ora con tutti guai che abbiamo, sia dentro che fuori i confini patrii, la proposta non potrebbe che suscitare sorrisi di compatimento o qualche metaforica pernacchia: ma qualche riflessione sarebbe bene farla.
Intanto capire perché proprio nel Pd, in contrasto con la propria ricordata tradizione di sinistra, si raccolga una pattuglia di deputati che mettono insieme in un sol colpo, autoritarismo statuale velleitario, spregio della Costituzione, superficialità e disinformazione, populismo di bassissimo conio.
Gli 8.003 comuni italiani non sono né tanti né troppi accanto ai 12.900 tedeschi, 36.700 francesi, 8100 spagnoli e via elencando; la particolare orografia dell’Italia ha nei secoli costruito aggregazioni ottimali con propria storia, identità, tradizioni, tipicità, eccellenze, che sono alla base delle forme più diffuse del made in Italy; seimila circa di essi sono amministrati da volontari a costi risibili o inesistenti; negli ultimi 15 anni hanno subito tagli dieci volte superiori agli altri comparti pubblici.
Non è dimostrato, anzi lo è il contrario, che la dimensione demografica costituisca risparmio o servizi efficienti; l’associazionismo delle funzioni e dei servizi è una cosa seria e da praticare, ma non con obblighi assurdi o direttive sommarie.
Il novecento ci ha fornito esempi tragici di chirurgia sociale e politica; di chirurgia istituzionale non se ne sentiva proprio il bisogno; siccome la proposta è sta presentata in pieno periodo di Carnevale, prendiamola come uno scherzo.

Francesco Chiucchiurlotto
Coordinatore Regionale
Borghi e Paesi del Lazio

  


martedì 1 marzo 2016

Sindaci e fusioni: dati e riflessioni

In tempo di fusioni e di rottamazioni dei Comuni i sindaci di Seren del Grappa e di San Gregorio nelle Alpi si son dati la pena di esplorare e di analizzare alcune questioni che sono interessanti e da considerare appunto in relazione  con la pressofusione dei Comuni oggi in gran voga.
Riprendo quanto leggo nei loro scritti e lo ripropongo a mia volta.


Domande e risposte.

Qual è il costo imputabile ai Comuni rispetto all’intera spesa pubblica?
Il costo dei Comuni ammonta ad appena il 7% dell’intera spesa pubblica.

Quale sarebbe il risparmio se si eliminassero tutti i Comuni aventi una popolazione inferiore ai cinquemila abitanti?
Se si eliminassero tutti i comuni inferiori ai cinquemila abitanti il risparmio sarebbe appena del 2,38 % rispetto alla spesa complessiva imputabile ai comuni e dello 0.1% rispetto all’intera spesa pubblica.

Quale sarebbe il risparmio se si suddividessero invece i Comuni aventi più di 60mila abitanti in tanti Comuni di dimensioni medio-piccole (cinque-diecimila)?
Se si suddividessero i Comuni con più di sessantamila abitanti in Comuni di dimensioni medio-piccole il risparmio sarebbe discreto, e salirebbe al 17,25 % rispetto alla spesa imputabile ai Comuni e comunque appena del 1,21% rispetto all’intera spesa pubblica.

Quali risparmi si potrebbero ottenere intervenendo sulla spesa pubblica dello Stato centrale che è pari al 70 % della spesa pubblica generale?
Intervenendo sulla spesa pubblica dello Stato si può ottenere qualche risparmio significativo intervendo sulle spese che seguono: - spese di Camera e Senato: 1,5 miliardi € per 1500 dipendenti, e strutture che non diminuiranno con la riforma del Senato;- pensioni d’oro: 1,5 miliardi €: per il personale del parlamento, della Presidenza Repubblica e della Regione Sicilia, per funzionari, giudici ecc;- reversibilità del vitalizio per famiglie di onorevoli defunti: 43 milioni €:
* Si pensi che il taglio ai trasferimenti ai comuni bellunesi è pari a 42 milioni di €
* Si trovano 20 milioni di euro per garantire servizi aerei con la Sicilia (regione a statuto speciale)
* Si trovano 40 milioni  di euro per i forestali della Calabria (dipendenti regionali)
* Si trovano 9 milioni di euro per salvare dal fallimento Campione d’Italia (paradiso fiscale italiano)


Nota Bene

NB1: Possibilità nei comuni fusi di assumere il 100% di chi cessa dal servizio.
Il vantaggio è minimo poichè già oggi i comuni sono deficitari rispetto al reale fabbisogno del personale; il semplice fatto di sostituire chi va in pensione non consente in ogni caso di migliorare i servizi.
* va detto che malgrado i limiti all'assunzione il ministero della cultura ha previsto 40 milioni di € per assumere a tempo indeterminato 500 funzionari.

NB2: Incentivi alla fusione
Ora ci sono i "premi per i fusi", ma una volta finiti i premi che succede? Buona politica è guardare oltre l'orizzonte del semplice decennio.  
* I soldi dei premi comunque li prelevano
agli altri comuni, quindi è il gioco delle tre carte, nessuna risorsa aggiuntiva.

NB3: Piccoli comuni? Se si parla di abitanti, ma il territorio?
I nostri cosiddetti "piccoli Comuni" hanno superfici enormi rispetto sia ai comuni veneti di pianura sia ai comuni della montagna alpina (Austria – Svizzera – Francia).


NB4: La... #spendingreview che miglioramenti ha portato?
Nessuno! Anche Squitieri (pres. Corte dei Conti) ha chiaramente espresso l’inefficacia della spending review che è riuscita solo a far tagliare i servizi.

Posto che...

Posto che economicamente le fusioni dei comuni non risolvono in alcun modo i problemi della spesa pubblica italiana...
Posto che i comuni in generale hanno già abbassato di ben -6,6 miliardi nel 2015 la propria parte del debito pubblico, ma che questo sacrificio è stato del tutto vanificato dallo Stato centrale che nel frattempo lo ha innalzato di ben +40,5 miliardi...
Posto che ci sono comuni piccoli (es. Comitini) e grandi (Roma, Catania, Alessandria ecc) nei quali i soldi pubblici sono bellamente sperperati...
...è giusto voler essere ancora una volta i primi della classe?
E' saggio ed onesto imporre ancora i sacrifici alle comunità locali in cambio di qualche inutile lode sui giornali e senza risolvere alcun problema?

Chi è a favore e caldeggia le fusioni dovrebbe almeno dire se e come ci saranno effetti positivi e sicuri derivanti dalla fusione, ovvero se la fusione:
1.      risolverà o meno i problemi cronici del nostro territorio, ad esempio la costante emorragia demografica (peggio di noi tra le province montane solo Potenza;
2.      attenuerà o meno lo "scivolamento" di chi abita nei posti periferici verso i pochi centri maggiori della provincia;
3.      porterà più servizi, o non metterà puttosto a repentaglio quelli che già oggi faticano a restare sul territorio;
4.      farà sopravvivere o genererà o piuttosto addirittura farà morire imprese e negozi nelle aree marginali;
5.      porterà o non porterà più interventi (lavori pubblici) di quelli che oggi vengono fatti;
6.      porterà davvero più risorse per ogni abitante;
7.      permetterà o impedirà maggiore attenzione ai problemi idrogeologici.


Lascio alla riflessione di chi mi legge e non commento oltre.

lunedì 18 maggio 2015

L'autonomia.... a chi?

Supponiamo per un momento che il genio dalla lampada si offra di concedere magicamente una vera autonomia alla montagna veneta: a chi vorremmo che fosse intestata detta facoltà? 
"All'ente provinciale!", ci sembra senza dubbio di dover rispondere, com'è per Trento e per Bolzano. Ma siamo certi che questa sarebbe davvero una scelta lugimirante per noi?
Vediamo un po'. 
Gli enti provinciali sono, da sempre, quelli più discussi e più assediati fra gli enti del governo territoriale. Con scadenza periodica, infatti, vi è chi ne propone l’abolizione, ritenendo che essi siano un livello istituzionale inutile, ben sostituibile con un migliore e più definito assetto delle competenze e dei poteri fra le Regioni ed i Comuni.
Orbene, l'autonomia è un valore importante, un tesoro prezioso: e chi mai metterebbe un tesoro prezioso in un luogo così frequentemente esposto agli assedi e alle tempeste della politica?

Ma allora dove dovremmo chiedere che il genio della lampada riponga la nostra autonomia perchè essa non vada cancellata, sottratta, perduta appena l'indomani del suo magico conseguimento? Su quale barca la dovremo caricare, se quella provinciale ci appare, e a ragione, tanto insicura ed esposta alle tempeste?

Io suggerisco che al genio si chieda di riporre la nostra autonomia non in una sola grande nave provinciale, ma nella "flotta" intera dei piccoli agili vascelli comunali, degli enti più antichi, più stabili e più sicuri della nostra repubblica, quelli che con molta difficoltà verrebbero un domani cancellati dalla nostra Costituzione: i comuni. Così mi sentirei al sicuro.
 
La norma "geniale" dovrebbe dunque prevedere l'assegnazione delle autonomie speciali agli enti comunali, definiti e individuati dalla legge stessa; dovrebbe inoltre obbligare tali enti a individuare da loro stessi gli ambiti ottimali (gruppi di comuni, unioni montane, gruppi di unioni, aree provinciali o interprovinciali o addirittura interregionali...) in cui esercitare, in forma necessariamente associata, le competenze loro assegnate, una per una, permettendo così alle varie comunità naturali di ridisegnare buone "geometrie" di governo, e di creare strumenti e livelli efficaci per esercitare ogni funzione ricevuta. E  praticare, con ciò, una responsabile democrazia politico-amministrativa radicata e aderente al territorio.

venerdì 16 gennaio 2015

Sulla discesa dei sindaci a Roma per l'IMU agricolo


Cosa si dice della discesa dei sindaci a Roma dell'incontro con il Ministro Lnzetta a proposito di IMU sui terreni agricoli di Montagna?
E se il governo sospendesse la riscossione dell'imposta dai contribuienti, ma mantenesse nel contempo i tagli già effettuati sui bilanci comunali in ragione di detta riscossione? Quale sarebbe l'impatto finale per i comuni? 
Sarebbe disastroso soprattutto se sommato alla già annunciata diminuzione dei trasferimenti statali dovuta al cosiddetto contenimento della spesa pubblica. 


Questo è lo specchietto dei tagli già effettuati per i soli comuni dela Unione Montana Feltrina


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 L'Eco di Bergamo:  

«Via l’Imu dai terreni di montagna»500 sindaci a Roma: moderato ottimismo 

"Il 26 gennaio è l’ultima data utile per il pagamento dell’Imu sui terreni agricoli dei Comuni sotto i 600 metri di altitudine.
Un «pasticcione» contro cui 500 sindaci italiani sono andati a Roma portando la montagna dentro il palazzo del governo. C’erano anche il bergamasco Carlo Personeni, presidente di Federbim, e Alberto Mazzoleni, sindaco di Taleggio, presidente della Comunità montana Valle Brembana e coordinatore delle 23 Comunità montane della Lombardia"


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 Corriere della Sera: 

Protesta dei sindaci montani contro Imu agricola e stangata sui pellet

Negli uffici di via Campo Marzio la mobilitazione a cui hanno partecipato gli amministratori di 300 comuni
ROMA - Sono circa 300 i sindaci da tutta Italia c
he hanno pacificamente invaso gli uffici della Camera di via di Campo Marzio, per partecipare alla mobilitazione organizzata per il 12 gennaio dall’Intergruppo Parlamentare per lo Sviluppo della Montagna, in collaborazione con Anci, Upi e Uncem. L’obiettivo dell’iniziativa sottoporre a Governo e Parlamento le richieste degli amministratori montani, colpiti da una serie di provvedimenti che stanno mettendo a serio rischio la tenuta del sistema: dall’Imu sui terreni agricoli all’aumento dell’Iva sul pellet dal 10 al 22 per cento, misure che possono avere impatti economici pesanti sulle microeconomie rurali.




martedì 6 gennaio 2015

meccanismi premiali

16 ottobre 2014

«Cottarelli ha rilevato che una riduzione del numero dei comuni "renderebbe anche più facile il coordinamento tra gli enti locali". Per questo "bisognerebbe pensare anche a meccanismi premiali a favore di coloro che si mettono insieme".»
Certo, non "meccanismi premiali a favore dei comuni virtuosi". Quelli mai e poi mai!

Tagli alla spesa pubblica, ma...

30 ottobre 2014


Tagli alla spesa pubblica.

Il signor Presidente del Consiglio vorrebbe gentilmente chiarire ai signori cittadini che l'espressione "tagli alla spesa pubblica" deve essere intesa come segue:
- meno servizi sanitari con attese più lunghe per le visite e gli esami, medicine e prestazioni più costose e impoverimento degli ospedali periferici...
- meno classi con più alunni per classe, meno insegnanti di sostegno, meno strumenti didattici (anche informatici),
- meno comuni con amministratori più distanti dai cittadini, meno manutenzione delle strade e degli edifici, meno servizi culturali, meno biblioteche, meno contributi alle associazioni di volontariato, meno risorse per la protezione civile...
- meno forze dell'ordine, meno scurezza, meno controllo, meno certezza della pena per i delinquenti...
- meno assitenza sociale, meno sostegno ai bisognosi, ai disoccupati, ai pensionati minimi, ai minori, agli anziani...
- meno risorse per le infrastrutture che chiedono le aziende, meno risorse per sostenere il commercio ed il turismo...
Insomma, ci vuol pensare il signor Presidente del Consiglio a spiegare ai cittadini che a fronte delle sue belle parole gli effetti saranno più tasse e meno di tutto per loro?
Se no ci dovremo pensare noi comuni mortali a raccontare la storia dei "tagli agli sprechi" per il verso giusto.


"sprechi" e "comportamento virtuoso"

30 ottobre 2014

Il Signor Presidente del Consiglio Matteo Renzi vorrebbe spiegare a noi gente del popolo cosa debba intendersi per lui con i termini
"sprechi" e "comportamento virtuoso"
così da poter finalmente individuare con parametri certi e indicatori chiari chi stia facendo sprechi in italia e chi no, e chi abbia un comportamento virtuoso in Italia e chi no.
E una volta fatto questo, vuol dirci Signor il Presidente del Consiglio Matteo Renzi come intenda egli procedere per incentivare e premiare i virtuosi e per sanzionare e disincentivare gli spreconi?
Ad oggi Il Signor Presidente del Consiglio Matteo Renzi, se vedo bene, non ha fatto una gran chiarezza sui concetti citati, nè ha adottato una sola misura per favorire le virtù (punendo i virtuosi) e sfavorire gli sprechi (premiando al contrario gli spreconi).

Tagli al Comune di Cesio


Lo so che è brutto dire di no a chi chiede i servizi, ma è questa la ragione...

Osservazioni sul bilancio 2013 del Comune di Cesiomaggiore

20 dicembre 2012 alle ore 11.56

Scadenze di approvazione del Bilancio di Previsione
Il D.L.267/2000 l’art. 151 recita quanto segue: “Gli Enti Locali deliberano entro il 31 dicembre il Bilancio di Previsione per l’anno successivo…”. Ad oggi non vi è ancora nessuna comunicazione ufficiale di rinvio di tale termine e comunque approvare il Bilancio prima dell’inizio del nuovo anno permette all’amministrazione di iniziare da subito l’attività amministrativa, al contrario finché non viene approvato il Bilancio non si può procedere ad alcun impegno o pagamento se non in proporzione ai dodicesimi dell’anno precedente. Pertanto se possibile è buona norma riuscire ad approvare il Bilancio di previsione per l’anno successivo entro la fine dell’anno.

In merito alle aliquote.
Le entrate del nostro Comune sono costituite quasi esclusivamente da entrate tributarie e trasferimenti statali. I secondi, negli ultimi anni, sono diminuiti in modo consistente e su di essi non c’è modo di intervenire.
Fino al  2009 compreso, il Comune di Cesiomaggiore ha applicato aliquote tributarie contenute , ma dal 2009 ad oggi i trasferimenti statali hanno subito un taglio di circa € 250.000,00.
Nonostante questo siamo riusciti, per l’anno 2012 , a mantenere soprattutto per l’IMU le aliquote di base, al contrario della maggior parte dei comuni che già per il 2012 le  hanno aumentate considerevolmente.
Purtroppo con il 2013 c’è un ulteriore  taglio di circa € 100.000,00 ex art.16 comma 6 del D.L. 95/2012 e, non potendo disporre di importanti entrate autonome  (proventi da centrali elettriche, discariche ecc..), per non dover azzerare le prestazioni essenziali del Comune , per non rischiare il blocco fattivo dell’ente,  per poter garantire gli equilibri di bilancio e garantire ai cittadini i servizi necessari, a malincuore si è dovuto agire, oltre che sul contenimento delle spese correnti, anche sulle entrate fiscali.
La scelta è stata quella di non gravare sul cittadino proprietario della sola casa in cui vive, ( per le prime case si mantiene l’aliquota dello 0,4%), ma di chiedere qualcosa in più a quelli che dispongono di ulteriori immobili.
La TARES
C’è da evidenziare il fatto che il nuovo tributo, come previsto dall’art.14 del D.L. 201/2011,  si divide in due componenti:
- una prima parte deve coprire totalmente i costi che l’Ente sostiene per la gestione dei rifiuti solidi urbani e per questo la quota fissa e variabile che ci permette la copertura dei costi è rimasta invariata  rispetto alla TARSU + addizionale comunale 2012;
- una seconda parte è la maggiorazione stabilita dallo Stato che va da un minimo di 0,30 a massimo 0,40 al metro quadro, in questo caso l’Ente ha scelto di fissare l’aliquota minima, che va a finanziare i servizi indivisibili del Comune, peccato che questo gettito andrà allo Stato, che  lo tratterrà dai trasferimenti 2013.
Se , con la nuova legge di stabilità, ancora in discussione, dovesse cambiare qualche cosa rispetto a tale maggiorazione,  la delibera prevede già che vi sia un adeguamento automatico alla norma, sia in un senso che nell’altro.

Gli adeguamenti.
Nel corso dell’anno verranno fatti comunque gli adeguamenti del caso, ma le novità che si prospettano con la nuova legge di stabilità, non sono tali da poter stravolgere il nostro Bilancio.
Per il nuovo tributo TARES si  parla di slittamento nel pagamento della prima rata, ma non di  far slittare il tributo al 2014, inoltre se anche così fosse, in tale eventualità rientrerebbero in vigore le aliquote TARSU che comportavano un gettito al Comune sempre di €330.000,00 e non si avrebbe quindi un taglio dei trasferimenti statali previsti per l’applicazione dello 0,30 a metro quadrato di € 112.000,00 (si tratterebbe semplicemente di adottare una variazione nella parte entrate di - € 112.000,00 per TARES e + € 112.000,00 sul Fondo Sperimentale di Riequilibrio).
Per l’IMU l’ipotesi che, secondo le nuove modifiche alla legge di stabilità in discussione,  l’ imposta sulle abitazioni possa essere destinata in toto ai Comuni, (salvo che lo Stato si tratterà lo 0,76 che grava sui capannoni industriali e opifici), per l’Ente nella più rosea delle ipotesi l’operazione dovrebbe essere a costo zero, in quanto lo Stato si tratterrà dai trasferimenti l’importo che nel 2012 ha riscosso per l’IMU dai cittadini di Cesiomaggiore e quindi circa € 250.000,00.
L’unica modifica, che ci preme venisse presa in considerazione nella nuova legge è l’esclusione dei Comuni piccoli dal Patto di Stabilità, viste le grosse difficoltà che si prospettano se ciò non avvenisse, non ultimo il blocco dei lavori e investimenti che coinvolgerebbe appunto anche i comuni sotto i 5.000 abitanti, per poter rispettare i rigidi vincoli di finanza pubblica.

Politica e natura: la provincia montana

8 novembre 2012 alle ore 13.46

Mi pare che ormai si renda piuttosto urgente mostrare con assoluta chiarezza e a tutti che cosa voglia dire abitare la montagna veneta e come sia giusto e importante governarla con metodi e strumenti diversi rispetto a quelli pensati per la pianura.

Per aprire il ragionamento si può partire da un semplice dato statistico: la differenza termica cioè lo scarto che c'è tra le temperature medie annuali della pianura e e quelle della montagna.
Propongo dunque la cartina delle temperature medie annuali predisposta dall'ARPAV.
Mappe delle temperature medie (isoterme). Periodo 1985 - 2009 [fonte: ARPAV]

Si noti, leggendo la cartina, come la montagna veneta sia caratterizzata da delle temperature comprese fra i cinque e gli undici gradi centigradi, mentre l'area di pianura goda di una temperatura media compresa fra i tredici e quindici gradi.
La differenza può essere dunque calcolata con buona approssimazione in questo modo:
13-5=8
15-11=4

Oppure
5+11=16     16:2=8
13+15=28   28:2:14
14-8=6

Insomma nella montagna veneta abbiamo mediamente dai quattro agli otto gradi in meno rispetto alla pianura, grosso modo qualcosa come sei gradi di differenza verso il basso.

Così l'ARPAV descrive la situazione climatica della nostra regione:


[...] è possibile evidenziare in Veneto tre zone mesoclimatiche principali:
  • pianura
  • Prealpi
  • settore alpino.
Mesoclima della pianura
La pianura (compresi il litorale, la fascia pedemontana e le zone collinari berica ed euganea) è caratterizzata da un certo grado di continentalità, con inverni relativamente rigidi ed estati calde. Le temperature medie di quest'area son comprese fra 13°C e 15°C. Le precipitazioni sono distribuite abbastanza uniformemente durante l’anno e con totali annui mediamente compresi tra 600 e 1100 mm, con l'inverno come stagione più secca, le stagioni intermedie caratterizzate dal prevalere di perturbazioni atlantiche e mediterranee e l'estate con i tipici fenomeni temporaleschi.

Mesoclima prealpino
Nell'area prealpina e zone più settentrionali della fascia pedemontana, a ridosso dei rilievi, l’elemento più caratteristico del mesoclima consiste nell’abbondanza di precipitazioni, con valori medi intorno ai 1100–1600 mm annui, e con massimi attorno ai 2000-2200 mm. Gli apporti più significativi sono generalmente associati a primavera e autunno. I valori termici medi annui di questo areale sono compresi tra 9-12°C e la continentalità è più rilevante rispetto alle aree di pianura. L’inverno si caratterizza per una maggior frequenza di giornate con cielo sereno e per la relativa scarsità di precipitazioni.

Mesoclima alpino
Comprende la fascia montana dolomitica. In questa fascia il mesoclima si caratterizza per precipitazioni relativamente elevate ma generalmente inferiori ai 1600 mm annui, con massimi stagionali spesso riferibili a tarda primavera, inizio estate ed autunno. Le temperature medie presentano valori nettamente inferiori rispetto a quelli delle Prealpi, con medie variabili da 7°C a -5°C e valori medi mensili inferiori a zero nei mesi invernali. Nelle zone più interne e settentrionali il lungo permanere della copertura nevosa, specie alle quote piu elevate e nei versanti esposti a Nord, si traduce in un prolungamento della fase invernale ed in un conseguente ritardo nell’affermarsi di condizioni primaverili.

Classificazione climatica per il Veneto
In base alla classificazione termica di Pinna (1978), ispirata allo schema generale di Koeppen, il "clima temperato subcontinentale" [temperature medie annue comprese fra 10 e 14.4 °C] è quello prevalente in Veneto, interessando tutto l'areale della pianura, le valli prealpine e la Valbelluna. Le zone montane, se si escludono le valli prealpine, si collocano in prevalenza entro il "clima temperato fresco-freddo" [temperature medie annue comprese fra 6 e 9.9 °C il fresco, fra 3-5.9°C il freddo] e, solo le aree alpine culminali entro il "clima freddo" [temperature medie annue inferiori a 3 °C].
In considerazione inoltre della sua peculiare posizione di transizione, come visto in precedenza, influenzata sia dall’area continentale euro-asiatica che da quella mediterranea, il clima del Veneto presenta alcune caratteristiche sia di mediterraneità (limitate ad un certo influsso mitigatore del Mediterraneo sulle aree costiere) che di continentalità.

Anche ARPAV rileva la notevole differenza termica, ulteriormente aggravata dalle escursioni verso il freddo, ossia da picchi negativi che si raggiungono in certi momenti dell'anno.
L'osservazione scientifica evidenzia come il territorio di montagna sia inequivocabilmente caratterizzato da una forte "penalizzazione termica".

A che serve questa premessa?
Serve a porci la domanda fondamentale: quanto costa alla gente della montagna veneta questo così clima rigido? Quale 'handicap' grava sulle famiglie, sulle istituzioni, sui servizi pubblici e sulle imprese della montagna veneta per via di questo clima?
Come si traduce in denaro questo handicap?

Per aiutare la riflessione elenco una serie di voci interessate
  1. aggravio del costo di riscaldamento pubblico e privato (con maggior inquinamento da combustione)
  2. aggravio del costo di illuminazione pubblica e privata (per minore esposizione al sole nelle valli)
  3. aggravio del costo per il carburante dei veicoli (e di tutto ciò che viene trasportato...e venduto/acquistato)
  4. aggravio per la manutenzione veicoli (olio, usura meccanica...)
  5. aggravio per la dotazione invernale dei veicoli (gomme, liquido antigelo, spese di carrozzeria...)
  6. aggravio per la manutenzione della viabilità pubblica e privata (rimozione del ghiaccio e della neve, rappezzo dell'asfalto, ferrovie...)
  7. aggravio per l'abbigliamento invernale (giacconi, cappotti, sciarpe, guanti, scarpe...)
  8. aggravio per le spese sulla salute (medicine per reumatismi, influenze, raffreddori...)
  9. aggravio per le spese di alimentazione (il freddo fa consumare più calorie...)
Il freddo fa consumare di più, fa comprare di più, insomma fa spendere di più, riduce i vantaggi e produce molti svantaggi. Il freddo rende complessivamente più difficile la vita.

Nessuno in Italia pare si renda conto di questa cosa, e così è come avere un basto pesante sulla schiena che però nessuno vede.

la Sicilia gode di una forte autonomia amministrativa, ma in Sicilia, tanto per fare un confronto, la temperatura media delle zone di montagna si aggira fra i 12 e i 15°C. Nel Lazio, la regione di Roma Capitale, là dove nascono le nostre leggi, si va dai 10 agli oltre 15°C. Leggi e privilegi se ne stanno al calduccio si direbbe.
Nessun piagnisteo sia chiaro, lo lasciamo fare ad altri ben più bravi di noi in quell'arte, ma mi pare ovvio che un calcolo del disagio andrebbe fatto, se non altro per giustificare, numeri alla mano, le richieste che la montagna veneta fa da molto tempo, cioè di essere dotata di una speciale autonomia e di speciali risorse solo per sopravvivere.